Cosa sappiamo dello scandalo di Ratisbona?

Cerchiamo di essere informati senza polemiche

 

Prima di cercare di ricostruire esattamente cosa sappiamo e cosa no della questione dei presunti abusi sui piccoli cantori del Coro del Duomo di Ratisbona, perpetrati tra il 1945 e il 1990 circa, è bene ricordare a tutti - in modo da evitare di caricare di letture ulteriori e senza riscontro - che questa indagine parte dalla Chiesa e in particolare dalla volontà di Papa Benedetto XVI che nel 2010 a fronte di una serie di accuse che coinvolgevano anche il fratello maggiore Georg, ha voluto fortemente che la questione venisse affrontata con decisione.

Secondo l'avvocato Ulrich Weber, incaricato dalla Diocesi di fare luce sulla vicenda, almeno 547 bambini membri del coro maschile del Cattedrale di Ratisbona sono stati vittime di abusi fisici e psicologici tra il 1945 e i primi anni '90. Fra loro 67 subirono abusi sessuali. L'indagine da lui condotta, avrebbe permesso di identificare 49 responsabili, anche se difficilmente ci saranno processi in quanto i reati sono finiti in prescrizione. Nel precedente rapporto del gennaio 2016 Weber aveva riferito solo di 231 casi di abusi e maltrattamenti, con stupri, percosse e privazione del cibo (Repubblica, 18 luglio).

Come riferisce Repubblica: Per gli abusi due religiosi erano già finiti davanti alla giustizia tedesca: si tratta di un ex insegnante di religione e vicedirettore dell'omonimo ginnasio-liceo, cacciato nel 1958, e di un ex direttore del convitto condannato nel 1971. Entrambi sono morti nel 1984.
In effetti, dal rapporto di Weber, il principale imputato risulta essere Johan Meier, direttore della scuola adiacente al coro (del cui consiglio di sovrintendenza era membro anche Ratzinger) tra il 1953 e il 1992, morto poco dopo il pensionamento in circostanze non ancora chiarite. Dall'indagine risulta che sia stato proprio Meier il principale responsabile delle molestie.

Diversi testimoni riferivano di sgabelli lanciati contro i suoi allievi - una volta ne aveva rotto uno sulla spalla di un bambino - o dell'abitudine a portare due o tre bambini, solitamente tra gli 8 e i 9 anni, nella sua stanza per offrirgli dell'alcol e poi punirli. Un sistema dal quale traeva piacere sessuale (Vatican Insider, 18 luglio).
Monsignor Georg Ratzinger non sapeva?
Naturalmente, anche per il legame parentale con il Papa Emerito, questa è la domanda che in molti si fanno sia con angoscia e preoccupazione, sia con malizia nella speranza di gettare fango su Benedetto XVI. La questione è controversa e sarà certamente dolorosa. Georg Ratzinger è stato direttore del Coro "Passeri del Duomo" tra il 1964 e il 1994. Il Corriere della Sera spiega con precisione la struttura della scuola collegata al Coro, un fattore importante e non sempre chiarito dalla stampa italiana:

Il Regensburger Domspatzen è un'istituzione divisa in tre sezioni: il liceo (Gymnasium), gestito da un Direttore laico; il convitto ( Internat), guidato da un sacerdote assistito da educatori; e infine il coro, diretto dal Domkapellmeister, il Maestro della Cappella del Duomo, per trent'anni Georg Ratzinger. A queste si aggiunge, distinta, la scuola elementare. "Io mi occupavo di musica", dice "il fratello del Papa" quando scoppia caso. Ammette che alcuni bambini delle elementari gli avevano raccontato di punizioni corporali violente, che il direttore Johann Meier era descritto come un "sadico", ma di non aver pensato di "intervenire in qualche modo" perché la Vorschule di Etterzhausen "era un'istituzione completamente indipendente" e lui avrebbe potuto fare ben poco (17 luglio).

Sempre al Corriere si disse disposto a testimoniare nell'inchiesta sulla pedofilia, nel caso, "anche se non ho mai avuto notizia di casi del genere". È giusto "fare chiarezza", "spero che il Coro non soffra di questa situazione".

Monsignor Georg Ratzinger, come detto, ha sempre negato di essere a conoscenza di episodi di violenza sessuale; in una intervista al quotidiano conservatore bavarese "Passauer Neue Presse" dichiarava che alcuni ragazzi gli avevano raccontato certi strani episodi che avvenivano nella scuola di preparazione che, tuttavia, non lo avevano indotto a pensare di dover intervenire in qualche modo: "Se fossi stato a conoscenza dell'eccesso di violenza utilizzato, avrei fatto qualcosa"



Weber aveva messo in discussione le dichiarazioni del fratello di Benedetto XVI: "Secondo me non dice tutta la verità", affermava. Oggi nella conferenza stampa di presentazione del report gli attribuisce delle "corresponsabilità", perché - ha detto - "ha fatto finta di non vedere, o comunque ha mancato di intervenire" (Vatican Insider, 18 luglio).

Anche il Cardinal Müller è responsabile?

Lo stesso cardinale, vescovo di Ratisbona dal 2002 al 2012 e poi prefetto per la Dottrina della Fede fino allo scorso 1° Luglio, nel 2010 ammise l'esistenza di abusi e che viene chiamato in causa dall'avvocato Weber per come trattò la questione quando nel 2010 vennero fuori le prime denunce. In sostanza l'accusa è quella di aver minimizzato e di non aver voluto fare chiarezza su quanto accadesse nel Coro, oltre ad una scarsa empatia verso le vittime che non ha mai voluto incontrare. Una accusa - per certi versi - non dissimile da quella che ha convinto Mary Collins a dimettersi dalla Pontificia Commissione per la tutela dei minori, per la scarsa volontà del Dicastero di Muller di incontrare o rispondere alle richieste di spiegazione da parte delle vittime.

Evitare letture strumentali, ma non smettere con la verità
Ripartiamo dall'inizio. L'inchiesta è stata voluta dalla Chiesa, a partire dal suo vertice, il Papa. Ed è grazie alla volontà di chiarire questa verità che oggi la Chiesa può guardarsi dentro, è doloroso, ma necessario. L'omertà con cui in molti casi - non solo questo - la comunità ecclesiale ha silenziato le vittime è un tradimento del Crocifisso. Chi serve Gesù Cristo serve la vittima innocente e quindi qualunque altra considerazione diventa secondaria.


"Questa è una strada che come Chiesa dobbiamo percorrere, anche se per noi è brutto e ci ferisce. Dobbiamo metterci la faccia: il Signore ci ha insegnato a non aver paura, "la verità vi renderà liberi"" Così padre Hans Zollner, il gesuita a capo del Centro per la protezione dell'infanzia, incardinato nella Pontificia Università Gregoriana, e membro della Commissione per la tutela dei minori che oggi ha rilasciato due interviste, una al Corriere e una a Repubblica, in cui spiega da un lato il contesto (negli anni '60-'70 le punizioni corporali erano in uso anche nelle scuole pubbliche), dall'altro difende l'integrità tanto del Cardinal Müller (ricordando che l'allontanamento dal sacerdozio di Don Inzoli si deve al suo intervento) quanto di monsignor Ratzinger (spiegando che la scuola e il coro sono entità separate).

Padre Zollner insiste su un punto: la Chiesa non deve smettere di purificarsi e non deve aver paura di parlare e affrontare queste situazioni. Come dice anche Federico Pichetto sul Sussidiario:

La Chiesa ha abbandonato l'umanità e l'umanità, il nostro essere umani, ha spesso abbandonato la Chiesa. Di conseguenza, la seconda verità è che molte delle testimonianze date agli uomini del nostro tempo sono come dei vaccini: trasmettono quel tanto di cristianesimo da poter immunizzare intere aree sociali, intere regioni, interi popoli. Il nostro comportamento ha vaccinato l'Occidente dal fatto cristiano e ha lasciato nel cuore di molti un risentimento su cui l'ideologia ha trovato terreno fertile.

Non dobbiamo pensare che dietro tutto questo ci sia solo un accanimento massonico anti-cristiano. C'è anche una parte della nostra storia e del nostro male che solo la forza dei Papi ci sta dando il coraggio di guardare in faccia. L'unico modo per battere un vaccino è che la malattia arrivi così forte da ribaltare tutto. L'unica speranza per il nostro tempo è che il cristianesimo sia vissuto con una tale serietà e radicalità da sopraffare ogni vaccino, da riportare gli uomini di fronte a quel Mistero di Dio che, dinnanzi a quei bambini violati dalle nostre mani, piange e continua a chiedere semplicemente un nuovo inizio, la conversione del nostro cuore.

 

 

"Vegliamo in silenzio oggi,
per la libertà per tutti domani".

Sì alla liberta di espressione

Sì al rispetto di ogni persona

Sì alla famiglia

Sì al pluralismo e alla democrazia

NO al carcere per il reato di opinione

Se condividi, partecipa anche tu alla veglia
delle SENTINELLE IN PIEDI, leggendo un libro:

La manifestazione è regolarmente autorizzata,
è assolutamente apartitica, aconfessionale ed
è aperta a chiunque ne condivida gli ideali.
Nessun vessillo o simbolo di partito o movimento è ammesso.

La prossima data sarà comunicata appena lo sappiamo dove e quando
www.sentinelleinpiedi.it

 

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Ecco cosa dice la scienza sulle estasi dei veggenti

di MEDJUGORJE

Trance estatica o più comunemente estasi. Si può affermare, sulla base di dati scientifici, che sia questo lo stato in cui si trovano i veggenti di Medjugorje durante le presunte visioni. Ma questo non significa che vedano con certezza la Madonna.
Lo psicologo e psicoterapeuta Luciano Masi ha analizzato le ricerche condotte sui veggenti di Medjugorje. Si tratta degli studi condotti nella prima fase delle apparizioni, e si riferiscono alle relazioni dell'abbé René Laurentìn, dei dottori Giacomo Mattalia, Luigi Frigerio, Marco Margnelli.
"In particolare - spiega Masi - resta di grande interesse il "Dossier scientifico su Medugorje" di Frigerio, Mattalia e don Luigi Bianchi (edizione Marelli, 1986). Ma, più in generale, tutte le equipe di studiosi, indipendentemente dalla loro formazione culturale, chi di orientamento religioso, chi agnostico, chi di orientamento oppositivo, sono state molto oneste nel riferire i dati scientifici".

L'ESTASI
Gli studiosi testimoniano compatti, sottolinea lo psicologo, che "si tratta di un fenomeno di estasi. Estasi deriva "ex stasi", e letteralmente significa isolamento dal resto del mondo. Cioè chi è in estasi non ha più le vie sensoriali aperte. Qualsiasi stimolo di natura sensoriale, uditivo, olfattivo, ecc, non può essere registrato dal suo cervello".

"POTENZIALI EVOCATI"
"Sia Mattalia, che Margnelli, ma anche altri ricercatori, hanno utilizzato la tecnica dei "potenziali evocati". E' una tecnica che si utilizza, ad esempio, se il soggetto è in coma, o per capire se c'è la morte cerebrale. E' una tecnica collaudata, insomma. E consiste nel dare stimoli sensoriali di vario genere a livelloperiferico, e poi vedere se a livello della corteccia cerebrale ci sono segnali, anche minimi, che li registrano".

NESSUN SEGNALE
Nessun segnale è stato registrato su nessuno dei sei veggenti di Medjugorje. "Gli studiosi hanno anche verificato se alcune vie sensoriali erano chiuse per motivi patologici, ma l'esito è stato negativo. Nessun dubbio che sia estasi pura".

 

VIE SENSORIALI E RITMO ALFA
Masi lo sottolinea "con enfasi", perché "nella mia pratica quotidiana, il ritmo alfa si desincronizza anche se, per fare un esempio, si apre una porta, si sente il rumore di un clacson, ecc.. Le vie sensoriali dei veggenti, in quel momento, sono chiuse, ma il ritmo cardiaco, respiratorio, subisce uno stato di eccitazione che dovrebbe far variare il ritmo alfa. Cosa che, ripeto, non accade".

COSA ESCLUDERE
Lo psicologo evidenzia, sempre sulla base degli studi condotti sul ritmo cerebrale dei veggenti, cosa si può escludere nel loro comportamento.
"Escludiamo che sia simulazione. Perché se ci fosse la simulazione si registrerebbe il ritmo beta, che è quello degli stati di veglia, dai 14/30 cicli al secondo". "Si potrebbe dire che sono in trance ipnotica, ma in tale trance è presente il ritmo delta, cioè il ritmo del sonno profondo che varia da 0,5/4 cicli al secondo". "Escludiamo il sogno perché è presente il ritmo teta e in questo caso non è presente tale ritmo".
"Escludiamo la patologia perché nelle allucinazioni i ritmi sono estremamente variabili".
"Escludiamo l'isteria perché anche in questo caso sono presenti ritmi variabili, inoltre nell'isterico è presente, tra i vari ritmi, anche un forte ritmo beta, finge inconsciamente".

UNO STATO SPECIALE CHE MERITA ATTENZIONE
"Imbroglio, frode? Sarebbe in mala fede - sentenzia Masi - chi definisce in questi termini quello che accade ai veggenti. Si tratta di estasi pura. Ma questa non è una prova di un collegamento con un'entità mistica. Sicuramente quello è però uno stato speciale del cervello che merita attenzione".

L'ANOMALIA DEL RITMO CEREBRALE
"Altri dati interessanti riguardano il ritmo cerebrale. Personalmente lavoro da tempo su questo argomento con il dottor Antonio Galli presso il Centro di Formazione di Psicoterapia e Psicodiagnostica di Firenze. Non lo studiamo per scoprire patologie neurologiche, ma per comprendere lo stato psicologico profondo del soggetto".
I risultati sui veggenti, osserva Masi, sono i seguenti: "C'è la presenza di ritmo alfa puro durante l'estasi. Il ritmo alfa è il ritmo degli stati di quiete, di riposo del cervello. Ritmo che si misura in hertz ed è di in 8/13 cicli al secondo".

FORTI EMOZIONI
Contemporaneamente, precisa lo psicologo, "si registra un'esaltazione del sistema neurovegetativo, cioè un "ipertono simpatico". Significa che i soggetti al momento dell'apparizione, solo in quel momento, hanno un'attivazione del sistema neurovegetativo, quindi si emozionano fortemente. Non come se incontrassero un amico, ma parliamo di qualcosa di eccezionale. La frequenza cardiaca arriva a 120-140 battiti al minuto".
In condizioni normali, "il ritmo alfa si desincronizza o scompare. Cioè significa che non sarebbero più sincrone le onde che partono dai due emisferi cerebrali. Durante l'alterazione neurovegetativa, che dovrebbe far modificare il ritmo alfa, invece nel cervello dei veggenti quel ritmo resta puro. Questo è un fatto straordinario per noi ricercatori"


VISIONE, NON ALLUCINAZIONE
"Io la classificherei come una visione, non un'allucinazione. Il ricercatore corretto non può dire: "questo è o non è un fenomeno soprannaturale". Se per soprannaturale si intende di origine divina. Ma, invece, può dire che si tratta di fenomeni scientificamente inspiegabili e che quindi rientrano in tutti quei fenomeni del vasto mondo del mistero che ci circonda".

BERNARDETTE E MEDJUGORJE
Infine, Masi afferma che ci sono delle assonanze tra gli studi medici condotti su Bernardette, la veggente di Lourdes, ovviamente con i limiti dell'epoca in cui sono stati effettuati (parliamo di prima del Novecento) e i veggenti di Medjugorje. "Bernardette teneva una candela in mano, ma non si bruciava, nè ustionava. Anche lei non avvertiva le stimolazioni esterne. Per esempio aveva una insensibilità corneale totale, con la mancata chiusura degli occhi al tatto durante l'estasi. Lo stesso avviene con Vika e gli altri veggenti di Medjugorje".

CAMBIAMENTO RADICALE
Lo psicologo sostiene di aver avuto in terapia moltissime persone reduci da un pellegrinaggio a Medjugorje. "Parlo di 200-300 persone, di varia estrazione, sia religiosi, sia atei, e molti di loro sono tornati convertiti da Medjugorje. Il tratto comune è un passaggio da uno stato emotivo cronico ad un altro di segno positivo. Da una depressione ad un'assenza della stessa patologia dopo il viaggio".
"Evidentemente - chiosa Masi - l'atmosfera che si respira in quel luogo genera una forte suggestione: in nessun caso di trattamento con l'ipnosi di pazienti, nell'arco della mia carriera, ho notato un completo resettamento del cervello come è avvenuto in alcuni pazienti reduci da quel pellegrinaggio. Pertanto, dal mio punto di vista, quel tipo di religiosità che si pratica in quel luogo merita rispetto".
Gelsomino Del Guercio


Silvana De Mari scrive una lettera a Papa Francesco

Carissimo Papa Francesco,
mi rivolgo a lei in maniera così familiare perché ormai mi sono resa conto di quanto lei ami essere una persona comune, senza orpelli, senza ori e senza ermellini, una persona comune, come tante.
Una persona comune che come tante guarda il calcio.
Una persona comune che come tante chiacchiera amenamente in aeroplano.
Una persona comune come tante.
Noi abbiamo bisogno di un Papa.
Mi perdoni caro Papa Francesco, non viene nemmeno di chiamarla Santità, credo che Lei sia una persona deliziosa, il vicino di casa ideale, ma noi abbiamo bisogno di un Papa.
Ammazzano i cristiani come cani, Santità, tra una partita di calcio l'altra, tra un bacio a un bimbo disabile e l'altro, potrebbe fare qualcosa di un po' più in tinta col suo ruolo? Solo nelle ultime ore sono 10 le chiese bruciate in Egitto. Lei potrebbe fare qualcosa? Potrebbe mettersi addosso i suoi orpelli, gli ori e gli ermellini, che non sono spazzatura Santità, sono simboli di 2000 anni di storia e con quella roba addosso andare in Egitto invece che guardare il calcio? Non c'è solo Balotelli che desidera tanto parlare con Lei, ci sono anche i parroci delle chiese cattoliche in Nigeria che avrebbero qualcosa da raccontarle, quelli sopravvissuti voglio dire, quelli già defunti a Lei non hanno più niente da dire.

In un momento in cui la cristianità è sotto attacco come non mai, noi Santità abbiamo bisogno di un Papa.

Abbiamo bisogno di qualcuno che come primo problema nomini i cristiani massacrati Nigeria e i cristiani massacrati in Pakistan nell'omelia di Pasqua, perché quei morti Santità erano uomini e perché nell'ucciderli è stata uccisa la libertà alla dignità dell'uomo.

Santità non vorrei insegnarle il mestiere, capisco che Lei sia un professionista in fatto di cristianesimo e io un implume dilettante, ma a volte capita che dilettanti siano più lucidi nel giudizio. L'arca di Noè, per esempio, è stata costruita e guidata da dilettanti, il Titanic costruito guidato da professionisti.

Non vorrei portare iella con il paragone, ma la cristianità mi dà l'impressione del Titanic. L'iceberg si chiama islam, lei dice che è tanto buono e spirituale, se lo dice lei che è un esperto, sarà anche così, ma, insisto, era tanto esperto, uno dei migliori, anche il capitano del Titanic. Chi era un dilettante invece era San Pietro, per metà della sua vita aveva fatto il pescatore, studi teologici zero, un anatroccolo se paragonato a lei. San Pietro ai romani ha detto che loro, in quanto esseri umani, certo, erano fratelli, figli dello stesso Dio, ma che la loro religione era falsa.

Il suo compito era convertirli o morire nel tentativo di convertirli all'unica vera fede, non trovare pregi a una fede falsa così che coloro che ci sono nati dentro non la abbandonino mai. E' morto nel tentativo, ma alla fine li ha convertiti. Non dovrebbe essere questo il Suo ruolo? Convertire al cristianesimo. O morire nel tentativo.

A Lampedusa lei doveva pronunciare una sola frase:
Vi porto l'amore di Dio.
In tutto il Corano la parola amore non è nominata una sola volta. Sarebbe bastato.

Lei a Lampedusa si è inchinato davanti alla "spiritualità" del Ramadan, Lei si è inchinato all'islam, e lei rappresenta Cristo. Chi rappresenta Cristo non si inchina davanti a nessuno.
Io sono la Vita, la Verità e la Via.
Io sono la Vita, la Verità e la Via, ma non importa che vi diate da fare per evangelizzare, anzi per fare proseliti, perché tanto tutte le religioni sono uguali, Santità, sul mio Vangelo non c'è scritto. O lei ne ha uno diverso, o c'è un eccesso di professionalità che la sta schiacciando.

San Pietro ai romani aveva detto che loro, certo, erano fratelli, ma che la loro religione era falsa. Si è fatto uccidere pur di dirlo.

Abbiamo bisogno di un Papa. Qualcuno che sia l'erede di Gesù Cristo e San Pietro, qualcuno che sia disposto a farsi odiare.

Perché è tutto qui. Gesù Cristo è stato ucciso da gente che lo odiava. San Pietro è stato ucciso da gente che lo odiava. Chi si batte per una causa, sarà odiato. Odiati sono stati Martin Luther King e Gandhi, talmente odiati che li hanno uccisi. Profeti disarmati certo, non leader tolleranti. Chi tollera tutto il contrario di tutto con il solito lieto sulla faccia è un connivente.

Non possiamo essere amati da tutti, se ci battiamo per qualcosa. Se non ricordo male è scritto anche sui Vangeli. Non abbiate paura di essere odiati. Il suo predecessore è stato parecchio odiato. Anche condannato a morte, da una fatwa dopo il discorso di Ratisbona, Osama Bin Laden ne aveva decretato la morte.
Lei è amato da tutti, Santità. È sicuro che sia un pregio?

Credo che il momento sia venuto di farsi detestare. Si metta addosso tutti i suoi orpelli, non sono spazzatura ma simbolo di 2000 anni di storia, danno il peso di quei 2000 anni, e vada al Cairo, e al Cairo si batta per i cristiani copti, e pianga sulle loro chiese bruciate e poi vada in Siria e poi in Pakistan.

È il momento più buio della cristianità dall'inizio dei tempi. Noi abbiamo bisogno di un Papa.

 

Ci voleva un musulmano a smascherare la Cirinnà
Dopo le unioni gay, perché non dovrebbe essere un diritto anche la poligamia?

Prime coppie omosex unite civilmente all'ombra della Madonnina a Milano. Hamza Piccardo, ex dirigente dell'Unione delle comunità islamiche (Ucoii), sulla sua pagina Facebook così commenta il rito presieduto del neo sindaco Beppe Sala: "Se è solo una questione di diritti civili, ebbene la poligamia è un diritto civile. Lo Stato regolamenti le nozze plurime. Non si può vietare di avere più mogli"
Ovviamente gli anticorpi del politicamente corretto si sono subito attivati ed eccitati. Il primo a prendere la parola è stato proprio Sala: "Personalmente condivido molto poco del suo pensiero, certamente non le recenti dichiarazioni sulla poligamia". A ruota il vicesindaco Anna Scavuzzo: "Forse Piccardo non conosce la Costituzione". Analoga reazione per l'assessore al welfare Pierfrancesco Majorino: "È una ridicola provocazione. Per fortuna è incompatibile con le leggi vigenti. La posizione di Hamza Piccardo è folle. Promuovere la poligamia significa proporre un terribile passo indietro sul piano dei diritti delle donne e sull'idea stessa di relazione tra i generi. Per fortuna non è minimamente all'ordine del giorno".
Stessa musica per il vicesegretario del Pd nonché presidente del Friuli Venezia Giulia Debora Serracchiani: "secoli di lotte per l'emancipazione della donna non possono essere certo messi da parte. Apertura e tolleranza sono il segno caratterizzante della nostra cultura, ma non possono spingersi fino a rinnegare se stesse. I diritti civili con la poligamia non c'entrano". E per chiudere, Maria Stella Gelmini, vicecapogruppo di Forza Italia alla Camera: "La tolleranza non può ignorare le nostre radici".
Alla sera Piccardo precisa, ma non arretra: "I musulmani non sono d'accordo neppure sulle unioni omosessuali e tuttavia non possono che accettare un ordinamento che le ha consentite. Nessuno vuole dettare legge. Non si capisce perché una relazione tra adulti edotti e consenzienti possa essere vietata, di più, stigmatizzata e aborrita. Rispetto la laicità dello Stato che per me vuole dire equivicinanza".
A chi dare ragione in questa polemica? Ahinoi a Piccardo. Infatti, varata la legge sulle unioni civilitutte le riserve espresse da questi politici e da altri opinionisti sono destinate a cadere. Accettate le premesse non si può che accettare anche le conclusioni. In primo luogo le unioni civili si basano sulla libertà di due persone dello stesso sesso di rendere legittimo il loro legame anche di fronte alla legge. Perché vietarlo anche a tre o quattro persone che si vogliono unire reciprocamente? Se i primi devono essere liberi di vedersi riconosciuti questo diritto perché non predicare uguale diritto anche per coloro i quali vogliono costituire un legame poligamico? Non concederlo sarebbe discriminatorio: "è una questione di uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Comunque i diritti sono tutti sullo stesso piano", ammonisce l'ex dirigente Ucoii. Tanto più che, come la comunità gay, anche i musulmani sono una minoranza da tutelare. Lo rammenta ancora una volta Piccardo: "I soggetti interessati [dalle unioni civili] sono comunque una minoranza, come lo sarebbero i poligami".
Se le unioni civili omosessuali trovano il loro fondamento nell' "affetto", perché vietare che questostesso affetto sia solo bipolare e non tri- tetrapolare?
Se love is love perché tale love dovrebbe essere rinchiuso nelle angustie pareti di un legame di coppia e non potrebbe invece aprirsi agli infiniti spazi celesti del pluralismo amoroso? Chi ama tanto il pluralismo dovrebbe plaudere alla poligamia. Così come gli antiproibizionisti dell'amore. Se domandiamo con fare retorico e con acredine "Chi lo dice che due persone omosessuali non possono amarsi?", non possiamo che domandare con identico spirito "Chi lo dice che tre persone non possono amarsi?". Se l'amore - dato che per definizione è cieco (quindi handicappato) - non conosce distinzione di sesso, perché dovrebbe conoscere distinzione numerica? Se l'"amore" di due persone omosessuali vale come quelle di due eterosessuali, quello di quattro persone vale doppio. La matematica anche negli affari di cuore non è un'opinione.
Si tira in ballo poi la Costituzione dichiarando che la poligamia è incostituzionale. Ma anche le unioni civili sono illegittime dal punto di vista costituzionale, dato che per il nostro ordinamento l'unica relazione a due che possa venire riconosciuta giuridicamente è quella matrimoniale eterosessuale. Eppure sono diventate legge. E poi, si sa, le leggi anche quelle costituzionali mutano. Vedi prossimo referendum. E mutano perché mutano i costumi. É ciò che fino allo sfinimento tutti i sostenitori delle "nozze" gay ci hanno ripetuto: la società è cambiata, non siamo più nel Medioevo e quindi le leggi devono prendere atto di questi mutamenti sociali. Da ciò consegue che, se i musulmani stanno crescendo numericamente nella società italiana, i loro usi e costumi dovranno prima o poi ricevere riconoscimento giuridico, pena la discriminazione di questa comunità.
Nella caduta a cascata dei paradossi innescati dalla legge Cirinnà, c'è posto pure per la rivendicazione dei possibili effetti positivi della poligamia per tutta la società: "Non si sottovaluti l'azione demografica della poligamia", spiega Piccardo, "che riequilibrerebbe in parte il calo e la conseguente necessità di mano d'opera straniera, con le reazioni che conosciamo". Che dire poi del vulnus alle nostre radici che porterebbe la legalizzazione della poligamia? Le stesse cose che si potrebbero dire in merito alle unioni civili. I fiori d'arancio gay stanno alle radici cristiane della nostra cultura come i divorziati risposati stanno alla comunione (ma forse il paragone non è più attuale).
Anche la critica in merito al fatto che la poligamia discrimina le donne è facile da smontare usando le stesse armi di chi si straccia le vesti per le esternazioni di Piccardo. Il principio supremo della contemporaneità non è l'autodeterminazione? Il libero arbitrio? La libertà? Quella stessa "libertà" che, tutelata dalla 194, ha portato in Italia decine di milioni di donne di abortire? Quella stessa "libertà" che ha permesso alle coppie italiane grazie alla legge 40 di produrre in provetta e uccidere un'infinita moltitudine di bambini? La stessa "libertà" che è fondamento delle volontà di due persone omosessuali di unirsi civilmente e che, a breve, aprirà la strada italica all'eutanasia?
Ebbene che si riconosca identica "libertà" anche alla donna che - come ricorda Piccardo - vuole in piena coscienza e consapevolezza "sposare" un uomo che ha già altre mogli. Vietarlo sarebbe un oltraggio alla sua autonomia come donna, nonché alla sua intelligenza. C'è poi un altro motivo per dire che le donne con la poligamia non diventeranno cittadine di serie B: basterà legittimare anche la poliandria. Senza tacer del fatto che anche i gay ne beneficeranno dato che, facendo sposare la legge sulle unioni civili con quella sulla poligamia, anche gli omosessuali potranno convolare a "nozze" con più persone. E queste potranno essere omosessuali anch'esse, oppure etero, sia uomini che donne. Un'unione civile all'ennesima potenza. Non possono che esultare i sostenitori dell'amore libero, liquido, poliforme, senza limiti e senza barriere, assolutamente fantasioso e carnascialesco.
Anche il cattolico modernista, progressista e liberale non può che essere a favore della poligamia.Infatti, quest'ultima, seppur in filigrana, è già presente da un bel pezzo nel nostro ordinamento. Le abbiamo solo cambiato nome, infatti si chiama divorzio. Il divorziato risposato - nella prospettiva cattolica - a ben guardare è legato almeno a due mogli. L'una vera, la prima, sposata davanti a Dio ed una posticcia, la seconda, vestita di soli abiti civili. É già un inizio promettente di poligamia, non trovate?
Infine, sempre nell'orizzonte aperto dalle unioni civili, i musulmani avrebbero più diritto degli omosessuali di vedersi legalizzata la poligamia. Tale costume è di antichissima memoria, disciplinato giuridicamente dall'Islam, assai diffuso in tutto il mondo, così come ricorda ancora il puntuale Piccardo: "Noi chiediamo la poligamia secondo la Rivelazione e tradizione". Insomma c'erano prima gli islamici che i gay. In sintesi. La poligamia sarebbe l'effetto naturale della legge Cirinnà la quale è costruita attorno ai seguenti principi che portano dritti dritti a legalizzare anche il poli-matrimonio: l'affetto, la libertà e il divieto di discriminazione. Perché ingoiato il cammello ora si filtra il moscerino?

 

Il premier italiano Matteo Renzi ha esplicitamente vietato la celebrazione religiosa prevista per l'inaugurazione dell'autostrada Ss77 'Val di Chienti' che collega Foligno a Civitanova.
A darne notizia, parlando all'emittente diocesana Radio Gente Umbra, è stato il vescovo di Foligno mons. Gualtiero Sigismondi che ha comunque preso parte al rito laico con "serena amarezza" dovendo recitare in segreto la preghiera preparata per quel giorno. Il Vescovo ha ricevuto l'ordine da parte dell'Anas che, 24 ore prima dell'inaugurazione prevista per il 28 Luglio, ha comunicato la volontà della Presidenza del Consiglio di vietare la celebrazione religiosa per sostituirla con una cerimonia laica, priva di riferimenti confessionali. Al Vescovo è stato dunque impedito di benedire l'opera e i lavoratori.
Dopo otto anni di lavoro l'autostrada è stata inaugurata ed aperta il 28 luglio. Alla cerimonia di inaugurazione ha partecipato il Premier Renzi col ministro Graziano del Rio due politici che si autodefiniscono "cattolici praticanti" ma che, a quanto pare, non hanno avuto problemi ad escludere dall'evento pubblico la fede e la religiosità del popolo che ha lavorato nella costruzione e che usufruirà di questa importante via di comunicazione. …
Renzi non ha disdegnato di ricordare con nostalgia gli anni della sua formazione con gli scout quando a Nocera Umbra era in "In un campo scout per aiutare le popolazioni umbre colpite dal terremoto" e già sentiva parlare di questa strada. Un generosissimo e volenteroso "scout" diventato Premier, che ora però mette da parte la Chiesa e zittisce il Vescovo per mostrarsi eroe nazionale e fautore di un'opera così tanto attesa e necessaria per l'Umbria e le Marche.

 

Questa è la legge …….però non si deve applicarla

Continuano a susseguirsi preoccupanti casi di pubbliche accusa di omofobia a persone che semplicemente stanno esprimendo la loro libertà di parola e di credo.

Ecco il caso:

Ricordate Ignazio Marino e altri sindaci che come lui avevano pubblicamente trascritto nei registri comunali i "matrimoni" omosessuali contratti all'estero? Negli scorsi giorni il Consiglio di Stato ha emesso una sentenza che ha affermato definitivamente l'illegittimità di questo atto:
"Il matrimonio celebrato (all'estero) tra persone dello stesso sesso […] risulta sprovvisto di un elemento essenziale (nella specie la diversità di sesso dei nubendi) ai fini della sua idoneità a produrre effetti giuridici nel nostro ordinamento. […] il corretto esercizio della (propria) potestà impedisce all'ufficiale dello stato civile la trascrizione di matrimoni omosessuali celebrati all'estero".

Le associazioni LGBT, incitate da alcuni quotidiani ("La Repubblica" in testa) hanno scatenato una vera e propria gogna mediatica nei confronti del giudice relatore della legge, Carlo Deodato, uno dei cinque giudici che hanno emesso la pronuncia.

La sua colpa? Sul suo profilo twitter si definisce "Giurista, cattolico, sposato e padre di due figli" e condivide articoli di alcuni giornali come "La Nuova Bussola Quotidiana" e "Tempi" sull'avanzata del gender e l'azione delle Sentinelle in Piedi. Tanto basta per bollarlo di "omofobia" e terzietà nel giudizio e sbatterlo sulle pagine di tutti i giornali.

Deodato, insieme agli altri giudici, è stato semplicemente fedele nell'applicazione della norma vigente in Italia che prevede che per esserci matrimonio è necessaria la diversità di sesso dei nubendi. Quello dei sindaci non è un atto nullo, ma addirittura "inesistente". Quindi, aggiungiamo noi, puramente ideologico.

Il giudice Carlo Deodato sta pagando di persona le conseguenze del definirsi pubblicamente "cattolico" e auspichiamo che i Sindaci smettano di usare la loro posizione per portare avanti una battaglia puramente ideologica e politica e - ora è nero su bianco - contraria alla legge italiana.

Casi come questi ci fanno temere per un progressivo crescendo di questa "persecuzione silenziosa" che prevede una vera e propria una gogna mediatica nei confronti di chi si definisce cattolico e agisce coerentemente al proprio credo.

Invitiamo tutti a unirsi con noi nella preghiera perché i cattolici continuino senza paura a testimoniare la propria fede.

 

La fortuna di nascere nella parte giusta del pianeta.

 

Giusta intesa non come migliore, ma solo come non tormentata da guerre, fanatismi, fame, miseria.
Nascere in una cameretta con carta da parati, invece che in un campo profughi.

Senza avere merito alcuno, semplicemente perché il fato ha deciso cosi. Vivere da privilegiati e non accorgersene. Continuare a lamentarsi per il cattivo tempo, le ferie andate in malora, la macchina troppo piccola, il cibo che non ci piace e che buttiamo via, cosi, senza pensarci.

Mentre una ragazzina sbuffa ad alta voce, sotto l'ombrellone, per i compiti che non vuole fare, per la scuola che "fa schifo", per lo smartphone che non prende, per il costume nuovo che tira e che non vuole mettere più, con l'indolenza apatica e spietata di certe adolescenti abituate ad avere tutto senza sforzo, in quell'altra parte di mondo tante sue coetanee combattono e rischiano la vita per cose importantissime e banali, banali per noi: Professare il proprio credo senza essere perseguitate, torturate, uccise barbaramente, come sta accadendo in Iraq.

Un suo coetaneo in quell'altra parte di mondo s'informa su qual è il modo migliore per migrare. Quanta strada dovrà fare.
E quanto costerà. Se arriverà vivo, sarà essere approdato al punto di partenza del gioco dell'oca. Mentre l'altro e già avanti, lui e solo all'inizio.

Tutta quella strada alle spalle, nella sabbia e nel mare, per cominciare da zero. E davanti, un'infinità di caselle e un dado ostile, che ti può ributtare indietro. Non c'è giustizia in questo svantaggio perenne, tra noi e loro. Non c'è giustizia nella loro fatica e nella nostra ostinata indifferenza.

Mentre un bambino, con gli amici ancora al mare, si lamenta perché non sa che fare nella sua cameretta piena di cose, altri bambini in quell'altra parte di mondo improvvisano un gioco dentro un palazzo sventrato dalle bombe. Ridono amaro davanti all'obiettivo del fotografo, fingendosi gli eroi di un film di guerra.

Studiare, usare la propria intelligenza e il proprio talento per qualcosa che non sia solo andare in sposa a qualcuno che a volte neanche si conosce.

Applicarli a un sogno, quell'intelligenza e quel talento, vederli volare. Diventare medici e avvocati. Senza paura che qualcuno se le venga a prendere e le riduca in schiavitù, com'e successo in Nigeria, a causa di quell'idea pazza e sovversiva di decidere del proprio destino.

II privilegio di scegliere. L'uomo da amare. Il lavoro da fare. Il futuro da costruire.
Provarci, almeno.
Dovrebbe essere un diritto per tutti.
Progettare la vita che si vorrebbe.
Non sopravvivere e basta, scansando i colpi.
Mentre un giovane laureato, in questa parte di mondo, si chiede: e adesso, cosa voglio diventare?

Chissà se hanno paura del buio, come i bambini di questo mondo. Loro che il buio lo abitano.
Quello delle stive che sanno di benzina e quello delle case senza elettricità. Il buio del sonno senza sogni, interrotto dal sibilo dei razzi e dall'urgenza di, all'improvviso, perdendo da un minuto all'altro cose e persone.
Giocare a dadi con la vita tutti i giorni.
A Gaza, in Siria, in Iraq, in Ucraina, in tanti Stati dell'Africa, dentro di un mare che credevi amico e che invece, a tradimento, t'inghiotte.

Mentre noi leggiamo il giornale o mangiamo un panino all'autogrill. Non ci possiamo fare niente, o molto poco, malgrado lo sforzo di tante ONG.

Ma possiamo almeno essere grati di quello che abbiamo.
Farci caso.
E vergognarci un po'.

direttoregioia@hearst.it

 

LETTERA DALLA MISSIONE DI PADRE STEFANO
Bouar, Repubblica Centrafricana, 1 aprile 2014

Carissima signora Ingeborg, don Bruno e Comunità cattolica tedesca di Genova,

grazie per il bollettino di aprile. E complimenti! Li ricevo e leggo sempre volentieri e mi fanno sentirvi vicini. Vi aggiungo di seguito qualche notizia della situazione della Repubblica Centrafricana, paese dove sono missionario e dove continua a svolgere le mie attività.
Il Centrafrica, questo povero e martoriato paese è diviso ormai sempre più nettamente in due (il nord, oltre alla metà del territorio nazionale, è in mano a gruppi armati di Seleka, mussulmani) C'è il caos più totale e anche quelli che dovrebbero essere qui per soccorrerlo (Forze interafricane e francesi), sembrano purtroppo fare solo il loro interesse. E' la storia che purtroppo si ripete tristamente "magistra vitae?" (vedi quel che la Russia sta per l'ennesima volta facendo, stavolta a spese dell'Ucraina...).
Bangui, la capitale, dove mi trovavo fino a sei mesi fa, sta precipitando in un vortice di violenza e di morte raccapriccianti e in continua progressione, e così continuerà, purtroppo, finche vi ci saranno dei musulmani. Il Carmel, la mia precedente comunità, è ora un grande campo di rifugiati con quasi 10.000 sfollati, irriconoscibile!)
Per ora Bouar, dove mi trovo, è una delle città più tranquille del Centrafrica. Qui, almeno in città. A differenza di altrove, qualche raro mussulmano ha scelto, per ora, di restare. La presenza dei soldati francesi scoraggia almeno un pò chi ha solo sete di rubare e di vendicarsi. Di notte, assai frequentemente, sentiamo spari di fucile o raffiche di Kalasnikov, solitamente tentativi di estorsione a mano armata o regolamenti di conti. Siamo condannati ad abituarci a convivere con la violenza. Il vivere qui in comunità con altri due bravi sacerdoti e dieci giovani africani aspiranti al sacerdozio, con tutto il loro entusiasmo giovanile, da comunque coraggio e serenità.
Anche se metto la mia fiducia nella protezione del buon Dio, seguo il proverbio che dice "Aiutati che il Ciel ti aiuta" e stò facendo rinforzare muri e portali della nostra Missione per scoraggiare il più possibile gli eventuali aggressori notturni o diurni. Realizziamo cose fino a poco tempo fa impensabili: muri di cinta più alti e rinforzati con vetri, ferri appuntiti o filo spinato in cima, sistemi d'allarme, suonando per esempio le campane o altro. Stiamo perfino cercando di procurarci petardi e raudi (quei petardi rumorosissimi).

Abbiamo fatto la richiesta ufficiale di protezione ai militari della forza interafricana (MISCA), che ci hanno promesso di fare il possibile per mandare qualche loro militare a fare la guardia fissa alla nostra Missione. Sono venuti a constatare in modo solenne e impressionante: abbiamo visto entrare nel cancello della concessione un grande carro armato moderno (tanto che, al passaggio, ha fatto crollare le sponde del ponticello all'entrata!). Ma in realtà non ho molta fiducia che decideranno di venire veramente: posti in pericolo come il nostro ce ne sono tanti!

La situazione non ci fa comunque desistere e non ci rinchiude in noi stessi, anzi motiva ancora più, me e la nostra comunità, a venire in soccorso alla povera gente.

Nell'immensità dei bisogni cerco di lavorare nell'ambito a me più proprio: aiutare e motivare ragazzi e giovani a non scoraggiarsi. I nostri movimenti ecclesiali, soprattutto quelli infantili e giovanili, sono in piena attività e molto frequentati. Ogni giorno vengono a studiare nelle sale in basso del convento, ragazzi e giovani volenterosi. Finché ne avrò i mezzi, continuerò à incoraggiare chi ha più volontà e talento, anche pagando, in parte o "in toto" le spese scolastiche e dando, a chi è più demunito, qualcosa da mangiare. La settimana scorsa, sabato e domenica, abbiamo avuto il ritiro mensile con una quarantina di ragazzi e ragazze, conclusosi, stavolta, con una graditissima passeggiata e il pranzo al fiume, con giochi e nuotata. Numerosi poi sono i giovani che chiedono di essere accompagnati nella loro vocazione e che accompagno personalmente e in gruppo.

Lavoro non ne manca qui a Sant Elia! Oltre ad aiutare la gente e i giovani stiamo intensificando gli allevamenti e, approfittando delle prime piogge, piantiamo alberi da frutto e verdure di ogni genere. In tempi difficili è meglio essere autosufficienti.

E così diamo un esempio positivo e incoraggiante alla gente. Anche per questo riesco a mettermi a scrivere solo di rado .

Ecco in breve (o in lungo) la mia vita e le mie attività, ansie e desideri di questi ultimi tempi.
A tutti voi, a chi mi conosce e a chi non conosco ancora, gli auguri di ogni bene per questo tempo di Quaresima e la Pasqua che verrà presto.

Con la preghiera mia e dei nostri cristiani vi saluto di cuore.

P.Stefano

 

 

PAPA FRANCESCO

"CAMMINARE - EDIFICARE - CONFESSARE"



 

PAROLE DEL SANTO PADRE

 

"Per dialogare è necessaria la mitezza, senza gridare.

È necessario anche pensare che l'altra persona ha qualcosa di più di me, e Davide lo pensava: 'Lui è l'unto del Signore, è più importante di me'. L'umiltà, la mitezza…

Per dialogare, è necessario fare quello che abbiamo chiesto oggi nella preghiera, all'inizio della Messa: farsi tutto a tutti. Umiltà, mitezza, farsi tutto a tutti e anche - però non è scritto nella Bibbia - tutti sappiamo che per fare queste cose bisogna ingoiare tanti rospi. Ma, dobbiamo farlo, perché la pace si fa così: con l'umiltà, l'umiliazione, cercando sempre di vedere nell'altro l'immagine di Dio".


"Umiliarsi, e sempre fare il ponte, sempre. Sempre.

E questo è essere cristiano.

Non è facile.

Gesù lo ha fatto: si è umiliato fino alla fine, ci ha fatto vedere la strada.

Ed è necessario che non passi tanto tempo: quando c'è il problema, il più presto possibile, nel momento in cui si possa fare, dopo che è passata la tormenta, avvicinarsi al dialogo, perché il tempo fa crescere il muro, come fa crescere l'erba cattiva che impedisce la crescita del grano. E quando i muri crescono è tanto difficile la riconciliazione: è tanto difficile!".


"Io ho paura di questi muri, di questi muri che crescono ogni giorno e favoriscono i risentimenti. Anche l'odio. Pensiamo a questo giovane Davide: avrebbe potuto vendicarsi perfettamente, avrebbe potuto mandare via il re e lui ha scelto la strada del dialogo, con l'umiltà, la mitezza, la dolcezza. Possiamo chiedere a San Francesco di Sales, Dottore della dolcezza, che dia a tutti noi la grazia di fare ponti con gli altri, mai muri".

INTERVISTA A PAPA FRANCESCO

Lei ha incontrato più volte i bambini gravemente ammalati. Che cosa può dire davanti a questa sofferenza innocente?

"Un maestro di vita per me è stato Dostoevskij, e quella sua domanda, esplicita e implicita, ha sempre girato nel mio cuore: perché soffrono i bambini? Non c'è spiegazione. Mi viene questa immagine: a un certo punto della sua vita il bambino si "sveglia", non capisce molte cose, si sente minacciato, comincia a fare domande al papà o alla mamma. È l'età dei "perché". Ma quando il figlio domanda, poi non ascolta tutto ciò che hai da dire, ti incalza subito con nuovi "perché?". Quello che cerca, più della spiegazione, è lo sguardo del papà che dà sicurezza. Davanti a un bambino sofferente, l'unica preghiera che a me viene è la preghiera del perché. Signore perché? Lui non mi spiega niente. Ma sento che mi guarda. E così posso dire: Tu sai il perché, io non lo so e Tu non me lo dici, ma mi guardi e io mi fido di Te, Signore, mi fido del tuo sguardo".

Parlando della sofferenza dei bambini non si può dimenticare la tragedia di chi soffre la fame.

"Con il cibo che avanziamo e buttiamo potremmo dar da mangiare a tantissimi. Se riuscissimo a non sprecare, a riciclare il cibo, la fame nel mondo diminuirebbe di molto. Mi ha impressionato leggere una statistica che parla di 10mila bambini morti di fame ogni giorno nel mondo. Ci sono tanti bambini che piangono perché hanno fame. L'altro giorno all'udienza del mercoledì, dietro una transenna, c'era una giovane mamma col suo bambino di pochi mesi. Quando sono passato, il bambino piangeva tanto. La madre lo accarezzava. Le ho detto: signora, credo che il piccolo abbia fame. Lei ha risposto: sì sarebbe l'ora... Ho replicato: ma gli dia da mangiare, per favore! Lei aveva pudore, non voleva allattarlo in pubblico, mentre passava il Papa. Ecco, vorrei dire lo stesso all'umanità: date da mangiare! Quella donna aveva il latte per il suo bambino, nel mondo abbiamo sufficiente cibo per sfamare tutti. Se lavoriamo con le organizzazioni umanitarie e riusciamo a essere tutti d'accordo nel non sprecare il cibo, facendolo arrivare a chi ne ha bisogno, daremo un grande contributo per risolvere la tragedia della fame nel mondo. Vorrei ripetere all'umanità ciò che ho detto a quella mamma: date da mangiare a chi ha fame! La speranza e la tenerezza del Natale del Signore ci scuotano dall'indifferenza".

Alcuni brani dell'"Evangelii Gaudium" le hanno attirato le accuse degli ultra-conservatori americani. Che effetto fa a un Papa sentirsi definire "marxista"?

"L'ideologia marxista è sbagliata. Ma nella mia vita ho conosciuto tanti marxisti buoni come persone, e per questo non mi sento offeso". Le parole che hanno colpito di più sono quelle sull'economia che "uccide"... "Nell'esortazione non c'è nulla che non si ritrovi nella Dottrina sociale della Chiesa. Non ho parlato da un punto di vista tecnico, ho cercato di presentare una fotografia di quanto accade. L'unica citazione specifica è stata per le teorie della "ricaduta favorevole", secondo le quali ogni crescita economica, favorita dal libero mercato, riesce a produrre di per sé una maggiore equità e inclusione sociale nel mondo. C'era la promessa che quando il bicchiere fosse stato pieno, sarebbe trasbordato e i poveri ne avrebbero beneficiato. Accade invece che quando è colmo, il bicchiere magicamente s'ingrandisce, e così non esce mai niente per i poveri. Questo è stato l'unico riferimento a una teoria specifica. Ripeto, non ho parlato da tecnico, ma secondo la dottrina sociale della Chiesa. E questo non significa essere marxista".

Lei ha annunciato una "conversione del papato". Gli incontri con i patriarchi ortodossi le hanno suggerito qualche via concreta?

"Giovanni Paolo II aveva parlato in modo ancora più esplicito di una forma di esercizio del primato che si apra ad una situazione nuova. Ma non solo dal punto di vista dei rapporti ecumenici, anche nei rapporti con la Curia e con le Chiese locali. In questi primi nove mesi ho accolto la visita di tanti fratelli ortodossi, Bartolomeo, Hilarion, il teologo Zizioulas, il copto Tawadros: quest'ultimo è un mistico, entrava in cappella, si toglieva le scarpe e andava a pregare. Mi sono sentito loro fratello. Hanno la successione apostolica, li ho ricevuti come fratelli vescovi. È un dolore non poter ancora celebrare l'eucaristia insieme, ma l'amicizia c'è. Credo che la strada sia questa: amicizia, lavoro comune, e pregare per l'unità. Ci siamo benedetti l'un l'altro, un fratello benedice l'altro, un fratello si chiama Pietro e l'altro si chiama Andrea, Marco, Tommaso...".

L'unità dei cristiani è una priorità per lei?

"Sì, per me l'ecumenismo è prioritario. Oggi esiste l'ecumenismo del sangue. In alcuni paesi ammazzano i cristiani perché portano una croce o hanno una Bibbia, e prima di ammazzarli non gli domandano se sono anglicani, luterani, cattolici o ortodossi. Il sangue è mischiato. Per coloro che uccidono, siamo cristiani. Uniti nel sangue, anche se tra noi non riusciamo ancora a fare i passi necessari verso l'unità e forse non è ancora arrivato il tempo. L'unità è una grazia, che si deve chiedere. Conoscevo ad Amburgo un parroco che seguiva la causa di beatificazione di un prete cattolico ghigliottinato dai nazisti perché insegnava il catechismo ai bambini. Dopo di lui, nella fila dei condannati, c'era un pastore luterano, ucciso per lo stesso motivo. Il loro sangue si è mescolato. Quel parroco mi raccontava di essere andato dal vescovo e di avergli detto: "Continuo a seguire la causa, ma di tutti e due, non solo del cattolico". Questo è l'ecumenismo del sangue. Esiste anche oggi, basta leggere i giornali. Quelli che ammazzano i cristiani non ti chiedono la carta d'identità per sapere in quale Chiesa tu sia stato battezzato. Dobbiamo prendere in considerazione questa realtà".

Nell'esortazione lei ha invitato a scelte pastorali prudenti e audaci per quanto riguarda i sacramenti. A che cosa si riferiva?

"Quando parlo di prudenza non penso a un atteggiamento paralizzante, ma a una virtù di chi governa. La prudenza è una virtù di governo. Anche l'audacia lo è. Si deve governare con audacia e con prudenza. Ho parlato del battesimo e della comunione come cibo spirituale per andare avanti, da considerare un rimedio e non un premio. Alcuni hanno subito pensato ai sacramenti per i divorziati risposati, ma io non sono sceso in casi particolari: volevo solo indicare un principio. Dobbiamo cercare di facilitare la fede delle persone più che controllarla. L'anno scorso in Argentina avevo denunciato l'atteggiamento di alcuni preti che non battezzavano i figli delle ragazze madri. È una mentalità ammalata".

E quanto ai divorziati risposati?

"L'esclusione della comunione per i divorziati che vivono una seconda unione non è una sanzione. È bene ricordarlo. Ma non ho parlato di questo nell'esortazione".

Ne tratterà il prossimo Sinodo dei vescovi?

"La sinodalità nella Chiesa è importante: del matrimonio nel suo complesso parleremo nelle riunioni del concistoro in febbraio. Poi il tema sarà affrontato al Sinodo straordinario dell'ottobre 2014 e ancora durante il Sinodo ordinario dell'anno successivo. In queste sedi tante cose si approfondiranno e si chiariranno".

Come procede il lavoro dei suoi otto "consiglieri" per la riforma della Curia?

"Il lavoro è lungo. Chi voleva avanzare proposte o inviare idee lo ha fatto. Il cardinale Bertello ha raccolto i pareri di tutti i dicasteri vaticani. Abbiamo ricevuto suggerimenti dai vescovi di tutto il mondo. Nell'ultima riunione gli otto cardinali hanno detto che siamo arrivati al momento di avanzare proposte concrete, e nel prossimo incontro, in febbraio, mi consegneranno i loro primi suggerimenti. Io sono sempre presente agli incontri, eccetto la mattina del mercoledì per via dell'udienza. Ma non parlo, ascolto soltanto, e questo mi fa bene. Un cardinale anziano alcuni mesi fa mi ha detto: "La riforma della Curia lei l'ha già cominciata con la messa quotidiana a Santa Marta". Questo mi ha fatto pensare: la riforma inizia sempre con iniziative spirituali e pastorali prima che con cambiamenti strutturali".


Qual è il giusto rapporto fra la Chiesa e la politica?

"Il rapporto deve essere allo stesso tempo parallelo e convergente. Parallelo, perché ognuno ha la sua strada e i suoi diversi compiti. Convergente, soltanto nell'aiutare il popolo. Quando i rapporti convergono prima, senza il popolo, o infischiandosene del popolo, inizia quel connubio con il potere politico che finisce per imputridire la Chiesa: gli affari, i compromessi... Bisogna procedere paralleli, ognuno con il proprio metodo, i propri compiti, la propria vocazione. Convergenti solo nel bene comune. La politica è nobile, è una delle forme più alte di carità, come diceva Paolo VI. La sporchiamo quando la usiamo per gli affari. Anche la relazione fra Chiesa e potere politico può essere corrotta, se non converge soltanto nel bene comune".

Posso chiederle se avremo donne cardinale?

"È una battuta uscita non so da dove. Le donne nella Chiesa devono essere valorizzate, non "clericalizzate". Chi pensa alle donne cardinale soffre un po' di clericalismo".

 

 

+ ARRIVIDERCI,

CARO DON RUGGERO,

NELLA CASA DEL PADRE.

Sabato 21 aprile Don Ruggero ha consegnato la sua anima nelle mani del Signore.

19 anni è un lungo periodo.
Quante gioie e preoccupazioni abbiamo vissuto insieme nella
pastorale della comunità.

Don Ruggero era un sacerdote con anima e corpo, sicuro della sua vocazione. Non c'era nessun giorno nella sua vita senza Eucaristia - addirittura alle ore 6 del mattino in lingua spagnola (per la gioia delle suore) - quando al congresso quel giorno non era previsto la S. Messa.

Era un "pozzo di scienza" in ogni ambito; specialmente le cose belle erano la sua passione. Non esisteva nessuna chiesa al mondo, che visitavamo, della quale non poteva raccontarci cose interessanti. Tutto questo nel suo modo sobrio e delicato.

I comunicandi di tutti gli anni lo hanno conosciuto da un altro lato: cantando correva intorno al cerchio e si apriva a loro. Nelle pause anche anni più tardi lo cercavano quando sapevano che era a scuola.

Soffriva il disordine. Quante ore abbiamo copiato e incollato testi e immagini - non avendo ancora un computer a disposizione - prima di accontentarlo. Sarà permesso a lui di continuare a fare ordine in cielo?

Fino all'agosto del 2004 era il cappellano della nostra comunità, nella quale poteva esercitare bene il suo tedesco.

La sua nomina di Abate-Parroco lo trovò contento e zelante. Sicuramente avrà la sua meritata ricompensa da parte del Signore. Ingeborg Friedmann

La Sorella di Don Ruggero, Gabriella, ha fatto un bellissimo libretto in memoria di lui per le persone che lo hanno conosciuto e stimato.

Se lo desiderate scrivete a cocatege@fastwebnet.it (Ingeborg Friedmann)

 

 

Una meraviglia della natura: IL TRAMONTO

di Ugo Dodero

 

Se qualcuno mi chiedesse qual è lo spettacolo della natura che più mi affascina, che più mi seduce, la mia risposta sarebbe decisa, senza alcuna esitazione : il tramonto !

Penso sia molto difficile descriverlo, comunque voglio provarci.

Voglio descrivere le sensazioni che ho provato una sera dell’estate scorsa seduto in spiaggia, quasi sulla battigia, mentre scendevano le prime ombre della sera.

Una leggera brezza increspava la superficie del mare, calmo , quasi piatto. Una pace quasi irreale mi avvolgeva, io e tutto ciò che m’era attorno. Malgrado la giornata assai calda si stava bene ed una pigrizia, un senso di languore e di spossatezza m’impediva di alzarmi. Gioivo di tutto ciò e mi sentivo a mio agio, in pace con me stesso ed in sintonia con tutto ciò che mi circondava.

Il sole si stava avviando al tramonto. La linea dell’orizzonte si stagliava molto netta ed il cielo cominciava a tingersi di un’apoteosi di colori. Il giorno andava a morire ed un senso di tristezza cominciava ad invadermi. Il sole era una palla di fuoco che veniva inghiottita lentamente come una tenda che si chiude piano piano. I colori del cielo divenivano sempre più tenui, striature colorate che creavano le più diverse allegorie: un trionfo della metamorfosi.

 

Il giorno cedeva il passo alla notte.

Il cielo cominciava ad essere pieno di stelle, la cui luce si rifletteva sulla superficie del mare : un tappeto d’argento. Uno spettacolo indimenticabile che si ripete ogni giorno, un quadro, uno scenario che la natura ci elargisce con generosità.

Una scena talmente bella, talmente toccante, che ci cattura con passione e che, nello stesso tempo, ci dovrebbe condurre ad una riflessione : “ Chi siamo noi poveri mortali, noi piccoli grani di nulla al cospetto della Creazione ? Nulla , assolutamente nulla.

Noi tutti dovremmo riflettere sulle nostre presunzioni, sulle nostre arroganze e fatuità al cospetto di chi ci è superiore, al cospetto del Creatore .

Ne siamo capaci? Ne dubito.

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Dopo più dì trent'anni vissuti tra i giovani allo sbando mi interrogo su quanto sia difficile essere genitori oggi, educando i figli a conseguire certi valori attraverso il dialogo, le proposte, la forza del buon esempio.

Merita attenzione lo stile educativo. Ne conosco alcuni perché avvicino da molti anni famiglie, osservo come sono "costruite", quali comportamenti adottano. Ho così colto alcune dinamiche fondamentali, talvolta addirittura sconcertanti, come la coppia impreparata o divisa che passa dal permissivismo alla severità. Lascia ai figli massima libertà o meglio libertinaggio; tende a stabilire alcune regole di comportamento e quando il figlio trasgredisce, magari con comportamenti gravi (droga, alcol, vandalismo), interviene duramente e con autoritarismo.

Non meno pericoloso è il genitore che, con l'ingresso del figlio nell'adolescenza, passa da una premurosità perfino eccessiva all'ostilità anche aggressiva. Vi sono poi genitori preparati e con un'ottima chiarezza espositiva, che sanno spiegare le loro scelte educative e si attendono dal figlio comportamenti elevati, maturi.

È molto diffuso anche lo stile permissivo, forse il più pericoloso, che espone i ragazzi al disordine, a disattendere le regole fondamentali di convivenza.

Mancanza di polso o illusione che, evitando scogli, la navigazione sia più tranquilla. L'educazione senza paletti, senza regole, è adottata da quei genitori che esercitano uno scarso controllo sul figlio. Il rapporto con lui è molto affettuoso e

comunicativo, anche se il modello di vita proposto è basato sulle esteriorità, il divertimento, il sogno di una vita senza redini. Il permissivismo educativo è spesso la causa di droga e delinquenza ed è proprio il permissivismo la causa di molte crisi esistenziali. La noia è diffusissima tra quelli che provengono da famiglie permissive, dove il "tutto e subito" ha sostituito la fatica, il sacrificio per conseguire un diploma, una laurea, una professione.

La passività poi sta in compagnia della noia. I ragazzi cresciuti con il "sedere nel burro" pretendono tutto, si lamentano, minacciano persino i genitori se negano qualcosa. Lo stile educativo permissivo condanna il figlio a essere un bamboccio che partecipa alla vita come a un gioco o peggio a un fescennino.

Ci sono pure famiglie belle, solide, solari. I genitori autorevoli che esercitano sul figlio un buon controllo hanno un rapporto affettuoso e comunicativo e si aspettano un comportamento maturo. Lo stile autorevole è efficace, riserva al figlio affetto, alcune regole da osservare e gli stimoli necessari che lo mettono in salita.

Nello zaino dell'educatore autorevole si trovano risorse e valori preziosi da capitalizzare: la capacità d'insistere perché il comportamento sia corretto ed esprima, tra gli amici, intelligenza, bontà e fermezza nei propri principi morali; la disponibilità che permette al figlio di accogliere il genitore come un modello, non tanto da imitare quanto da apprezzare e con cui confrontarsi; 1'esempio, in virtù del quale il figlio accoglie con serenità le proposte dei genitori, assumendone gli insegnamenti.

Chino Pezzoli / Avvenire, luglio 2012

 

 

Fede e famiglia

Il ruolo della famiglia in rapporto alla proposta di fede nei riguardi dei figli è spesso non coerente, e a volte contraddittorio. I parroci e i sacerdoti non riescono ad avere una linea comune d'intervento per rispondere a quest'ambiguo atteggiamento della famiglia nell'educazione di fede dei propri figli. Per questo si pongono in modo diverso, seguendo regole e comportamenti differenti: da un rigorismo e da una inflessibile contrapposizione ad un atteggiamento lassista, a volte irresponsabile e certamente deresponsabilizzante.
Nell'uno o nell'altro atteggiamento si afferma in modo implicito un'incapacità educativa e una difficoltà reale: non si riesce cioè a collaborare per il bene e per la maturazione integrale dei ragazzi.
Questa mancanza di coordinamento tra i sacerdoti, i catechisti e le famiglie si riflette in modo drammatico e incide sulla collaborazione educativa. Il disimpegno, la delega educativa e formativa, la concezione solo formale della fede con il tempo indebolisce lo stesso cammino umano e cristiano proposto dal rinnovamento della catechesi postconciliare e vanifica le energie e le attività, che la parrocchia mette in campo per condurre i fanciulli, i ragazzi, gli adolescenti e i giovani alla personale professione e all'adesione a Cristo e alla vita della chiesa.
Per questo non è più possibile da parte del parroco, principale responsabile, per mandato del vescovo, della catechesi e dell'iniziazione cristiana rimandare il coinvolgimento delle famiglie nel percorso catechistico dei ragazzi.
Questa questione pastorale ovviamente coinvolge anche i catechisti, ma trova nel parroco, il referente istituzionale e il responsabile primo del cammino condiviso del catechismo in parrocchia. Egli si deve interrogare sul senso, sulla strada e sulle metodologie più adeguate per riuscire a realizzare un rapporto di collaborazione, se non ottimale, almeno adeguato e idoneo con le famiglie della propria parrocchia
.

don Gianfranco Calabrese
direttore dell'ufficio catechistico diocesano

 

______________GENITORI E FIGLI _____________
Serve il dialogo

Domanda:
Mi trovo in una situazione veramente dolorosa: da un po' di tempo, la sera, al mio rientro a casa dopo una giornata di lavoro, i miei due figli di undici e tredici anni sembra non si accorgano nemmeno della mia presenza. Continuano indisturbati le loro attività davanti alla tivù o al computer. Questa cosa mi fa soffrire molto; mi chiedo perché, e vorrei vedere più entusiasmo da parte loro nel rivedermi. Mi chiedo cosa debba fare, se lamentarmi o fare finta di niente. Oltretutto non mi piace elemosinare dell'affetto.
Risposta:

Elemosinare dell'affetto mi sembra un concetto improprio. E' indubbio che i suoi ragazzi le vogliano bene, ma è anche giusto cercare di capire cosa stia succedendo in casa sua. Non mi dice quale sia la sua reazione a questa "indifferenza".
Si arrabbia, protesta, oppure sta orgogliosamente in silenzio? Sua moglie, in tutto questo, che parte ha? Ne avete parlato? Nelle famiglie ci sono dei ruoli ben precisi; quello della madre è anche di sostenere e sottolineare la figura paterna. Parli innanzitutto con sua moglie di questo suo cruccio, e la inviti a organizzare l'accoglienza serale della figura paterna, ritagliando uno spazio tutto vostro, ad esempio: cenate abitualmente tutti e quattro insieme?
Lei non mi dice che tipo di rapporti intercorrono con i suoi figli, se condivide con loro le loro passioni, quindi se gioca al computer con uno di loro, ritagliando un momento tutto per voi, o se guarda la tivù con entrambi commentando la trasmissione, creando quindi l'occasione di un interscambio comunicativo. Forse varrebbe la pena di dire a chiare lettere quello che non le piace vivere la sera a casa sua. Bisogna a questo punto scardinare un meccanismo e impostarne un altro. La situazione può cambiare, ma lei deve essere in grado, insieme a sua moglie, di proporne un'altra.

Avvenire Gennaio 2012

 

IL PRIMO AMORE

Il primo amore di Dio sono stati gli Ebrei.

Non dobbiamo mai dimenticare che essi sono coloro
ai quali Dio si è rivolto per primo,
che da loro nacque il Figlio di Dio,
che ad essi dobbiamo le Sacre Scritture.

L'ebraismo è la premessa per il cristianesimo:
perciò devo riservare agli ebrei uno spazio speciale nel mio cuore.

Essi sono "I nostri fratelli maggiori",
come ha detto l'indimenticato papa Giovanni Paolo II.

I Papi e gli ebrei

Il filosofo ebreo francesce Bernard-Henry Levy ha difeso il papa Benedetto XVI dai suoi critici. In un suo articolo sulla "Frankfurter Allgemeine Zeitung" (giornale di Francoforte) Levy ha soprattutto rigettato il rimprovero, secondo cui durante il pontificato di Benedetto XVI ci sia stato un regresso nei rapporti tra la Chiesa cattolica e l'ebraismo.
Il Papa ha asserito ripetutamente "di volere 'approfondire e svillupare il dialogo tra pari con i fratelli maggiori' dei cristiani, gli ebrei". Si potrebbe rimproverargli tanto, "ma non certamente di 'congelare' il processo iniziato da Giovanni XXIII", scrive Levy.Il filosofo si duole del fatto che non appena il discorso verte su papa Benedetto, "pregiudizi, mancanze di sincerità e addirittura vera e propria disinformazione dominano ogni discussione".
Levy ricorda le visite di Benedetto XVI nelle sinagoghe di Colonia e New York, come pure recentemente a Roma. Contemporaneamente Levy accentua che Benedetto XVI ha fatto sua la preghiera di Giovanni Paolo II al muro del pianto di Gerusalemme. "Ha chiesto scusa al popolo ebraico per un antisemitismo che a lungo è stato nutrito dal cattolicesimo", così scrive Levy. Dal momento che ha fatto ciò, "si dovrebbe quindi cessare di ripetere come un asino, di aver fatto un passo indietro rispetto a suoi predecessori".

Henry Levy ha anche preso posizione per quel che riguarda la critica al papa Pio XII nella questione del suo atteggiamento di fronte ai nazisti. Quando era ancora Segretario di Stato vaticano (1937) Eugenio Pacelli ha redatto l'enciclica con viva preoccupazione. Questo è stato fino ad oggi "uno dei manifesti più risoluti e più energici contro i nazisti. Come Papa non ha soltanto segretamente fatto sì che i conventi fossero aperti agli ebrei romani perseguitati, ma ha anche tenuto importanti discorsi alla radio che gli hanno più tardi procurato il riconoscimento da parte di Golda Meir, presidente dello Stato d'Israele.
Levy scrive testualmente: "Il mondo intero tacque sulla Shoah, e ora si vuole quasi riversare tutta la responsabilità di questo silenzio sulle spalle di un sovrano che non aveva né cannoni né aerei; che in secondo luogo, si adoperò per fare partecipi delle sue informazioni coloro che avevano tali armi; in terzo luogo, riuscì a salvare a Roma ed altrove un grosso numero di coloro per i quali aveva la responsabilità morale.

 

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Cosa c'è dopo la morte?

Non è facile dare una risposta comprensibile.

Sappiamo che la nostra "vita dopo" sarà totalmente trasformata dallo Spirito di Gesù risorto. Noi dobbiamo fidarci di Dio e del messaggio che viene dalla Parola di Gesù, scritta e trasmessa nella Chiesa.

"Venite benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il Regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo" (Mt 25,34).

Possiamo credere che saremo immersi nella grande luce dell'amore di Dio Padre, in una vita dove non ci sarà pianto, né dolore.
Dio ci ha creati perché possiamo conoscerLo, amarLo e servirLo come nostro Padre e vivere con lui una beatitudine senza fine.

Con il Battesimo, la Chiesa dona all'uomo la speranza nuova: la certezza della vittoria del bene sul male, dell'amore sull'egoismo, della vita sulla morte.

Al termine della nostra vita sarà l'ora di tornare a "casa". Dio Padre, ricco di grazia e di amore, ci aspetta nella sua casa.

IL PARADISO: Per noi cristiani è "il regno dei cieli" e consiste in una vita perfetta, nella comunione con il Padre, Gesù Cristo, lo Spirito Santo, Maria, i santi, gli angeli e tutte le persone che ci hanno preceduto.

IL PURGATORIO: La Chiesa insegna che il purgatorio esiste, non come un luogo ma come uno stato di purificazione finale, prima di entrare in paradiso.

L'INFERNO: È la situazione delle anime lontane da Dio con l'eterno desiderio mai realizzabile di essere felici in comunione con Lui. L'uomo stesso definisce durante la sua vita terrena lo stato dopo la sua morte. Se decide liberamente, a tutti i costi, di essere indipendente da Dio, la sua volontà viene rispettata da Dio: è questo l'inferno.

 

I SACERDOTI DELLA NOSTRA DIOCESI

Don Luigi Orione nacque a Pontecurone (Alessandria), il 23 giugno 1872.

E' conosciuto nel mondo come un "beato", come un campione della santità cristiana, come il fondatore della Piccola Opera della Divina Provvidenza.

Affrontò problemi sociali ed ecclesiali di ogni genere, avvicinò alte personalità della politica, della cultura e della Chiesa, tutti illuminando con il suo sguardo sapiente e la sua azione generosa. Gli scritti di Don Orione hanno raggiunto una infinità di destinatari, a tutti portando conforto, intelligenza di fede, ricchezza di contenuti.

"Il folle di Dio", l'ha definito il biografo Pronzato, mentre Papa Luciani ha riconosciuto in lui "lo stratega della carità". Lui si è definito "il facchino della Divina Provvidenza" e con altri simili epiteti che confessano la sua sconfinata fiducia Dio e la volontà di essergli umile servitore.
Pio XII alla sua morte, avvenuta il 12 marzo 1940, l'ha definito "padre dei poveri e insigne benefattore dell'umanità dolorante e abbandonata".

Il Papa Giovanni Paolo II lo ha beatificato il 26 ottobre 1980, presentandolo alla Chiesa come "una meravigliosa e geniale espressione della carità cristiana", "fu certamente una delle personalità più eminenti di questo secolo per la sua fede cristiana apertamente vissuta", "ebbe la tempra e il cuore dell'Apostolo Paolo, tenero e sensibile fino alle lacrime, infaticabile e coraggioso fino all'ardimento, tenace e dinamico fino all'eroismo".

La sua santità ha suscitato e continua a generare fama e devozione nei fedeli, imitazione e sequela nei discepoli. Resta vivo il suo carisma, un dono perenne e universale fatto alla Chiesa, "trasmesso ai discepoli per essere da questi vissuto, custodito, approfondito e costantemente svilupato in sintonia con la Chiesa" (MR 11).

Della luce di questo carisma si sono illuminati molti eminenti seguaci di Don Orione, alcuni dei quali stanno per essere proposti agli onori degli altari, altri hanno lasciato profonde tracce nella vita della Chiesa e della società, altri - i più - pur meno noti, hanno "dato la vita in gioioso olocausto di carità per la Chiesa e per le Anime" (Don Orione). Sono i "Santi di Famiglia".

La sua fondazione, diffusa oggi in una trentina di nazioni del mondo, comprende le Congregazioni religiose dei Figli della Divina Providenza, delle Piccole Suore Missionarie della Carità, l'Istituto Secolare e un vasto Movimento Laicale che irradia nel mondo, soprattutto tra i più poveri, lo spirito e i progetti di bene del Fondatore.

 

Un coraggioso sacerdote genovese
Don Emanuele Levrero

Don Levrero,ex parroco di Carrosio, scomparso nel 1999 a 84 anni. Lui di ebrei (e di antifascisti) ne ha salvati moltissimi quando guidava la chiesa di San Bartolomeo del Fossato a Sampierdarena.
Mentre il mondo era finito in preda all'orrore nazista, lui, come tanti altri anche nella sua città, pensava a salvare chi veniva braccato per essere deportato nei campi di sterminio in base alla sua "razza" o alle sue idee.

L'opera di don Levrero è rimasta nascosta nel ricordo di chi l'ha vissuta, senza essere resa nota, come avrebbe meritato, quando lui era ancora in vita.
Era arrivato a Carrosio nel 1976, a oltre trent'anni da questi gesti illuminanti nella notte della seconda guerra mondiale.
Un parroco magari anche un po' burbero ma un vero pastore, ricordato da tutti con grande affetto, anche da chi non seguiva la messa. Un uomo dal cuore grande, ma della sua opera a favore degli ebrei a Genova, in 23 anni a Carrosio (e neppure dopo la guerra a Sampierdarena), solo qualche piccolo accenno, molto vago.

Dall'anno del suo arrivo in val Lemme, però, si notavano ogni tanto grosse auto con targa straniera nel piazzale di fronte alla chiesa. Chi scendeva andava sempre a far visita a don Levrero: persone sconosciute e un po' misteriose, che si notano subito in un piccolo paese come Carrosio, soprattutto se i convenuti, alcuni anziani, salutavano don Emanuele in lacrime.
Nel 1999 il parroco moriva portandosi dietro il suo segreto, ma nel 2007 al Comune di Carrosio è arrivata una lettera. Era firmata da un cittadino francese residente in Belgio, Michel Lemper, di origine ebraica, che chiedeva notizie di don Levrero. L'autore ricordava che, da bambino, fu salvato dal prelato insieme ai genitori: la famiglia fuggì da Marsiglia dalla deportazione, ottenendo ospitalità e documenti per l'espatrio proprio nella parrocchia genovese, grazie

alla rete organizzata dalla chiesa ligure.

Finita la guerra Lemper era rimasto in contatto con il parroco, che aveva visitato a Genova nel 1958 e poi a Carrosio dopo il 76. L'uomo informava gli amministratori di Carrosio della sua volontà di far inserire don Levrero tra i "Giusti tra le nazioni", onorificenza della Corte Suprema di Israele che consiste, tra l'altro, in una medaglia con inciso il nome, un certificato d'onore e nel piantare un albero, pratica che nella tradizione ebraica indica ricordo eterno per una persona cara, come è capitato a 417 italiani (dalle testimonianze raccolte si parla di oltre 400 persone salvate), fra cui altri due preti genovesi.

Dopo le indagini svolte dal Centro di Documentazione Ebraica Contemporanea di Milano, la nipote di don Levrero ha inviato al municipio la lettera del museo di Gerusalemme: l'ex parroco di Carrosio è un "Giusto tra le nazioni", come meritava.

Riportiamo una testimonianza su Mons. Levrero che Aldo Spinelli , Ex-presidente del Genoa, ha reso a Mario Macciò per il libro "Genova e la Shoah, salvati dalla Chiesa":

"Una persona stupenda in grado e con la capacità di toccare tutte le corde dell'uomo per farlo diventare migliore, capace di regalarsi completamente a chi ne avesse bisogno. Sul numero degli Ebrei salvati si parla con insistenza di 400.
Una volta che, nel corso di un fraterno colloquio, mi sono permesso chiederglielo, mi ha risposto con un bel sorriso. Le peripezie da lui affrontate con grande coraggio per portare a buon fine la sua opera umanitaria, non è facile poterle illustrare né dimenticare, come non potrò mai dimenticare quanto ha fatto per la mia famiglia e per me. In epoche tragiche, quando ognuno pensava a sé, Don Levrero, il Pastore di una delle "Chiese più sicure" della Diocesi genovese, è stato negli anni '43 e '44 il faro della salvezza per oppressi e perseguitati razziali e politici".